Le Canapine

Le canapine

A mia madre e alle tante giovanissime canapine  

Custodi di un antico sapere della trasformazione di una fibra naturale “La canapa”.   

Il loro impegno e il loro sacrificio rappresentano un patrimonio storico identitario della mia terra.  

Rosa Cirillo – (Rom)

La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra 

 caduta e della luce che ne è venuta fuori.

                                        Alda Merini

Canapina – Foto fornita da Nicola Dattilo 6. IL LAVORO, IL DISAGIO, L’ASSUEFAZIONE 

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Frattamaggiore  è un Comune a Nord di Napoli, compreso in quell’ampio territorio nella cosiddetta Terra di Lavoro, appartenne all’antica Atella, celebre città delle “fabulae”, le cui origini risalgono all’850-860 d.C.

Miseno, che affonda le sue radici già nell’età del ferro e il cui nome si connette al mito dell’Eneide di Virgilio, fu distrutta dagli Arabi. All’epoca, i misenati, un popolo di mare, si rifugiarono all’interno del territorio di Napoli, individuarono una boscaglia e qui fondarono “Fracta”, la futura Frattamaggiore. Come tutti gli altri Comuni di tale zona, il suo sviluppo è stato intimamente legato alla coltura, alla lavorazione, al commercio della canapa. Infatti, dopo la sua fondazione, i suoi boschi furono abbattuti e l’area da essi occupata fu dedicata alla coltura della canapa, la cui fibra i misenati sapevano lavorare con particolare bravura, traendone gomene e sartie per le navi. L’industria canapiera ha costituito per lunghi anni ricchezza e vanto per Frattamaggiore, definita “l’oro verde”. 

La canapa è una pianta erbacea asiatica (Cannabis sativa) annua, con fusto ramificato, coltivata come pianta tessile; fibra tessile vegetale che si ricava dalla pianta omonima. 

Nel corso dei secoli, la canapa – pianta dalla quale si ricava un prodotto di grande utilità e dagli usi più svariati – non ha mancato di interessare l’Arte: ne avemmo una prova evidente quando a Frattamaggiore, negli anni cinquanta, si praticava, con notevole successo, la Mostra Nazionale di Pittura ed una sezione era dedicata alla canapa, sezione nella quale la partecipazione degli Artisti era sempre notevole e l’interesse del pubblico altissimo. 

La campagna atellana era particolarmente idonea a tale produzione, la quale, peraltro, richiedeva cure minuziose e notevoli capacità nei contadini. Dire che un territorio era da canapa equivaleva ad attribuirgli tutte le possibili virtù agricole, in quanto non vi è pianta più esigente rispetto alla costituzione del suolo, il quale deve essere fresco, permeabile, di impasto mezzano, profondo, cioè di tipo alluvionale. 

E’ ovvio che, intorno ad un’attività di tanto rilievo, la quale costituiva l’asse portante dell’economia non solo frattese, ma di una numerosa serie di località circonvicine, si è formata, nel corso dei secoli, una «cultura» contraddistinta da usi, costumi, tradizioni tipiche, una «cultura» ispirata al particolare tipo di lavoro, alle esigenze che esso comportava, alle speranze che ad esso erano legate. 

Era un’attività che conferiva all’ambiente nel quale era praticata, caratteristiche proprie, facendolo emergere in maniera singolare e confermandogli importanza e dignità particolari.
Una «cultura», intesa in senso antropologico, è caratterizzata innanzitutto dal linguaggio, il quale pur conservando accenti ed inflessioni legate alle sue origini remote (nel nostro caso l’osco), viene condizionato sempre più, nel corso del tempo, dalle necessità pratiche man mano emergenti, in modo da rendere immediata la comprensione di chi ascolta. Accanto alla lingua, le particolarità di una determinata cultura sono individuabili attraverso il tipo di lavoro realizzato, soprattutto se questo si sviluppa in un settore specifico tale da influenzare in maniera originale il comportamento della gente. Naturalmente la più viva ed immediata testimonianza sia delle peculiarità linguistiche, sia della quotidiana operosità della gente, si trova nei canti popolari, canti nati nell’anonimato, in epoca non precisabile, ma che conservano inalterata la loro freschezza, la plasticità delle immagini evocate, la validità dei sentimenti espressi. Accanto ai canti, le tradizioni intimamente legate al costante succedersi delle varie fasi di un’attività lavorativa rimasta inalterata nei secoli. 

La civiltà canapiera – perché tale è stata quella fiorita, nel corso del tempo, nei nostri paesi – ha dato luogo a tutto ciò ed ampiamente lo dimostrano i canti amorevolmente raccolti dal Saviano in questo libro, una tipica «canzone di Zeza», sapientemente riesumata dal Mosca: sono voci che ci giungono da tempi non trascorsi da molto, ma che sembrano già epoche lontane, voci che sono espressione della più schietta anima popolare. 

Torna alla mente, e l’animo vibra di commozione, tutto un mondo scomparso, dagli addetti ai tipici lavori agricoli richiesti dalla canapa, dalla estirpatura, alla «spenta», alla «sceriatura», alla macerazione nelle acque dell’antico Clanio, alla maciullazione, alla pettinatura … 

La pettinatura! Un lavoro durissimo affidato alle donne, un lavoro che si svolgeva in ambienti malsani, ove la polvere e l’odore dello zolfo condizionavano tragicamente la vita, avviando alla tubercolosi e, molto spesso, a morte precoce. Un lavoro, che proprio per ridurre i danni, si svolgeva prevalentemente nelle ore notturne e che richiamava anche ragazze dai paesi circonvicini, in quanto Frattamaggiore, ove prevaleva la fase artigianale ed industriale della trasformazione della pianta, offriva sempre un cospicuo numero di posti di lavoro.
Eppure quelle generazioni, dalle più remote alle più recenti, furono protagoniste della nostra storia e vanno perciò ricordate ed onorate.
In tale contesto ben si colloca il canto-rappresentazione, la «Zeza», che, pur variamente elaborato ed ispirato alle condizioni tipiche di varie località del Napoletano, acquista schietto sapore atellano nell’adattamento spigliato e malizioso delle nostre pettinatrici: 

I canti, i detti e le testimonianze delle canapine si offrono, però, come uno strumento di rilettura originalissimo di questa vita morale. Essi ci riportano ai momenti centrali del ciclo della trasformazione canapiera; ci parlano dei bisogni della famiglia, delle esperienze degli anziani, della giovialità delle fresche spose, delle delusioni, delle speranze e dell’amore delle donne da marito, del pudore e della ritrosia delle giovanette in fiore; ci rimandano una generale religiosità; ci raccontano una vita interiore ed una vita sociale; ci parlano di rabbia e sapienza frammista all’assuefazione. 

I canti sono soprattutto un notevole prodotto culturale delle canapine frattesi: un prodotto di donne al lavoro, con legami di parentela, di amicizia e di conoscenza con le altre categorie di lavoratori, le quali di tutti cantavano le vicende e la vita.
Tra le varie fasi della lavorazione della canapa, la pettinatura era una fase intermedia operata, fino alla fine del ‘700, a livello casalingo da manodopera femminile. 

La costituzione del pettine per la canapa e la semplicità della tecnica di lavoro ben si adattavano all’artigianato domestico.
Successivamente, in concomitanza con una generale crescita demografica verificatasi nella seconda metà dell’800, che comportò per Frattamaggiore un incremento del 30% della popolazione, si allargarono le riserve di manodopera. 

Contemporaneamente si sviluppò una ristretta imprenditoria che progressivamente sottopose al suo controllo tutto l’artigianato canapiero domestico.
In questo modo, in quasi tutti i palazzi rurali della borghesia locale, si ebbe la formazione di tanti laboratori, nei quali veniva concentrato un numero notevole di pettini, e nei quali veniva impiegata tutta la manodopera femminile disponibile, spinta così a passare alle dipendenze di vari padroni e a lavorare in un regime di concorrenza. Il risultato fu il significativo concorso di questo nuovo tipo di pettinatura alla costituzione di quella fabbrica disseminata su tutto il territorio frattese, altamente produttiva e funzionante fino alla recente conclusione della vicenda canapiera. 

In questo modo la concentrazione di molti pettini nei vari laboratori permise a migliaia di donne, lavoranti a giornata, di incontrarsi e di sviluppare una comune cultura verbale; specificamente una cultura del canto: unico spazio di compromesso tra una esigente, umana comunicazione e un esigente ritmo di lavoro, unico modo di cullare la mente nei sogni senza sonno delle veglie forzate del lavoro notturno.

Il pettine era un cavalletto di legno quadrangolare, sul quale erano fissate delle tavolette munite di chiodi di acciaio sporgenti ed organizzati in tre o quattro serie progressivamente più strette.
La tecnica di lavoro al pettine: tiro e graffiatura di piccole manate di canapa, attraverso la serie di chiodi, fino al libero scorrimento delle fibre. 

Il lavoro notturno era una necessità «tecnica», in quanto l’aria umida delle prime ore del giorno appesantiva le polveri sprigionate dalla pettinatura, le quali si tenevano, così, sospese in basso e venivano respirate dalle pettinatrici in quantità minori rispetto a quelle che venivano respirate a giorno inoltrato. 

Fino a vent’anni fa si vedevano agli angoli delle strade le venditrici di ceci con caldaie fumanti. Le canapine, uscendo dalle botteghe di pettini, merendavano presso queste caldaie col «ppane ‘nfuso ‘e cicere» (pane bagnato nel brodo di ceci): facevano un poco di baldoria nella strada e, dopo mezz’ora di pausa, ripigliavano il lavoro cantando e dicendo barzellette. 

Forse alcune non portavano neanche la camicia e, tornando a casa, ritrovavano la miseria che si poteva tagliare col coltello: vivevano in una sola abitazione che serviva per dormire, mangiare, bere e fare i loro bisogni. Eppure queste ragazze, con la schiettezza primitiva, donavano agli altri sentimenti di bontà, di sacrificio, di comprensione; alcune, dotate di nativa bellezza e di buona voce, trovavano ben presto un buon partito. […] 

Quale motivo le spingeva ad abbracciare un lavoro così ingrato? Non certo la sete per il denaro. I soldi, guadagnati dal capofamiglia, bastavano sì e no a comperare il pane col companatico e non erano sufficienti a far camminare la barca.
Ogni tanto bisognava pure acquistare un Kg. di carne, una bottiglia d’olio che mancava spesso nella credenza, un paio di scarpe, una gonna, un po’ di biancheria bianca per le ragazze da marito. C’era anche il pericolo sottinteso di finire i giorni al tubercolosario o di stendere la mano ai passanti. 

Come fare? […] Allora ragazze e donne maritate pregavano i padroni che le prendessero a giornate, non importava a quali condizioni, pur di guadagnare 3 lire al giorno per cavarsi la fame.
I denari, raggranellati con tanto sudore, venivano conservati gelosamente dentro il saccone. Le donne, che ci tenevano all’onore, dicevano: «Povere, ma oneste!». 

Le canapine erano già all’opera alle due dopo mezzanotte; sul posto di lavoro quando la pioggia notturna sferzava gli alberi o quando il vento fischiava fortemente, a ingannare il tempo, manifestando con note malinconiche il romanzo dell’anima; qualcuna, quasi rediviva profetessa, improvvisava delle vere nenie poetiche mentre le compagne facevano da sottofondo corale. Nella bottega dei pettini si parlava di tutto: si metteva in caricatura il padrone, si narrava con forti effetti drammatici una scappatella di qualche operaia, si tagliavano i panni al prossimo, si rideva e si tossiva. 

Il lunedì dell’Angelo, al canto di muntagna fredda e con tamburi e nacchere, molte pettinatrici andavano su carri infiorati al santuario della Madonna dell’Arco; durante la notte del 23 e 24 Dicembre percorrevano le vie di Fratta facendo baldoria e dando la voce del venditore di capitoni. La notte era pervasa da una gioia intensa: pochi dormivano; qua e là si accendevano i falò che rompevano con i loro guizzi le ombre notturne. […] Nel mese di settembre, a carovane, avvolte in grandi scialli, suscitando simpatie e giocondità, andavano su carri infrascati a S. Filomena, a Mercogliano, a Montevergine: qui alcune, per penitenza o per divozione particolare, facevano ginocchioni dalla porta d’ingresso all’altare maggiore. 

Come si è potuto osservare durante la nostra ricerca, le testimonianze più probanti intorno alla vita e al canto delle canapine sono quelle contenute nel silenzioso ricordo delle vecchie generazioni. Sono quelle testimonianze richiamate dal ricordo malinconico di un passato che è meglio dimenticare, tanti erano gli stenti sofferti. Sono quelle testimonianze che riportano la rabbia alla mente di quelli che un tempo erano giovani innamorati, e che sentivano quasi cavarsi gli occhi al continuo tossire delle canapine loro fidanzate (… «loro facevano la tosse e a nuie nci ascevano ll’uocchi ‘a fore» …). Sono quelle testimonianze che figurano i sottintesi di mille segreti in comune tra le canapine, di cose che potevano essere dette e cantate solo tra loro, nel chiuso del loro lavoro, di cose pudicamente considerate, alla nostra presenza, stroppole o cose che non valeva la pena chiarire. Sono quelle testimonianze che esprimono la generale memoria di una vecchia e pittoresca vitalità popolana, festaiola, pettegola, anche drammatica, di cui si sente la mancanza, e che un tempo imponeva la sua presenza e le sue espressioni in tutti i momenti più o meno solenni della vita paesana.
Sono, infine, quelle testimonianze che dicono di una vita dura a morire, di un modo di essere perfettamente identificato con un modo di cantare che è profondamente radicato nella coscienza e nelle espressioni popolari: «… io, a fatica, m’alligereva cantanno» …; «… io ietti quatte vote ‘o spidale, mi mittevo a cantà a ffronne ‘e limone … facevo chiagnere ‘a rint’ ‘u lietto … addoppa che era vecchia … ricevo ciert’ ‘i canzone appassiunate … ma si sivi zitella o ommo, te ne careva ‘u stommaco … erano ciert’ ‘i canti appassiunati! … Mi viri mò a cussì … io ‘a notte m’ ‘u sonno sempe, e mi sceto e m’arricordo quanno teneva ‘na ventina r’anni e nisciuna mi passava a cantà …» …  

 STRUTTURA E SISTEMAZIONE DEI CANTI 

I canti delle pettinatrici di canapa rappresentano una produzione culturale e popolare variamente composita e improntata a vario argomento.
Di questa produzione non è possibile effettuare una storicizzazione puntuale e inequivocabile, a causa della mancanza di una documentazione scritta, e a causa del particolare tipo di sopravvivenza dei canti, esclusivamente trasmessi a voce e molte volte modificati e rielaborati nella stessa trasmissione. 

Per quanto è possibile dedurre dall’analisi dell’insieme dei canti a nostra disposizione, raccolti attraverso frammentarie registrazioni da persone diverse, si può affermare che esiste un corpo di canti abbastanza omogeneo, nel quale si possono individuare brani. 

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Esempio architettonico dell’interno e dell’esterno di un «inzolfatoio» in tufo e laterizio dove era riposta la canapa pettinata per essere imbiancata e conferirle così un aspetto di miglior pregio commerciale. Foto sulla destra in basso di un pettine per la canapa. (Disegni di Kelly Grassia) 

La tematica dei canti canapini 

Il ricordo più notevole delle canapine, e della gente che di esse si ricorda, è un ricordo di veglie notturne. E’ un ricordo di passi e di voci nella notte, di donne e fanciulle che si recano parlottando o cantando alle botteghe dei pettini. Un ricordo di clamori, di attese, di incontri paurosi, di febbrile lavoro, di celebrazioni di vigilie di feste importanti, di alzate dolorose, di dolci serenate. 

Di notte, al buio, quando ci si recava al lavoro, erano anche frequenti le cadute; ne parlano questo frammento di canto e la testimonianza che lo segue: 

MI SO’ SUSUTA MATINA 

Mi sò susuta matina
‘u lampione steva stutato aggia pigliata ‘nu bbutto rint’ ’u vico mio
è venuta socoma
è stata essa che m’ha izzata. 

LA BUONA SERA 

A: ‘Uagliona, vengo a notte, vengo a notte; nun te lo pozzo dà la buona sera.
Te la rongo sotto e sotto la porta,
susete matinera e pigliatella. 

B: Mi sò susuta e nu’ll’aggia truvata: ‘u viento pe’ mme si l’è ppigliata.

‘A STOPPA STRUTTA 

Piccolo brano col quale si supera, cantando, le difficoltà del pettinare. 

‘A stoppa strutta e ‘i ppacche grosse lu pettine è stato stritto
e nun putimmo stuppilia’. 

LA PETTINATRICE CHE LAVORA 

Breve canto di un’amara riflessione sul proprio maltrattato ruolo di lavoratrice e di moglie. 

‘U padrone conta ll’ora e ‘a ‘jurnata
‘da pettinatrice nci esce rotta e scufanata, 

‘u marito nu’ mangia e nu’ conta renare, a pettinatrice se scianca e piglia mazzate. 

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Rifinitura nella lavorazione della canapa greggia – Fototeca Istituto di Studi Atellani 

Questa raccolta riveste una duplice importanza: da un lato quella propria di un testo redatto con finalità sociologiche e antropologiche di ampio respiro, dall’altra quella specifica che compete ad una ricerca condotta con tanta pazienza, tanto amore, tanta cura; un lavoro prezioso che, alla estrema vigilia della definitiva scomparsa dei pochi protagonisti ancora viventi, ma forse anche in coincidenza della ripresa dell’attività canapicola nella nostra zona, consentirà alle future generazioni frattesi di conservare una validissima testimonianza delle loro più remote e più profonde radici culturali. 

Le vicende belliche nel 1944-47 e l’introduzione di prodotti sintetici portavano ad un vero crollo della canapicoltura campana. Il disagio determinato dallo stato di guerra portò ad una maggiore estensione di colture alimentari.

Oggi c’è una grande attenzione sui  prodotti ricavati dalla canapa, dalla carta ai vestiti, dalla  cosmetica alla farmaceutica, alla birra e all’alimentazione, riscuotono un successo sempre crescente, come dimostra l’accoglienza tanto felice della ricerca industriale orientata a recuperare il Know how delle fibre naturali.
A favorire ed a facilitare il definitivo ritorno della canapicoltura è il felice ritrovato, in questi ultimi mesi, dell’Istituto Sperimentale per le colture industriali di Bologna, il quale ha «messo a punto nell’ambito del progetto produzione di marcatori fenotipi e miglioramento in canapa comune» la possibilità di conferire il colore viola a quel tratto della pianta che unisce la foglia al fusto: sarà così possibile distinguere senza  equivoci la cannabis sativa da quella indica, conferendo ai coltivatori piena tranquillità per fastidiosi e preoccupanti equivoci da parte delle forze dell’ordine. 

Canapine, ringraziamenti e riferimenti bibliografici

Grazie alla collaborazione del Dott. Francesco Montanaro – Presidente dell’Istituto di Studi Atellani – che mi ha consentito di consultare il testo del Prof. Sosio Capasso: “Canapicoltura – Passato, presente e futuro” e il testo di Luigi Mosca e Pasquale Saviano “La Stoppa Strutta” e delle rare e originali foto, sono stati possibili lo studio e la ricerca sulla canapa e le canapine.

Sito dell’Istituto: www.iststudiatell.org

Link – libri delle collane monografiche dell’Istituto

Testo di: Prof. Sosio Capasso: “Canapicoltura – Passato, presente e futuro”.

Testo di Luigi Mosca e Pasquale Savino “Le donne, i canti e il lavoro. Nella tradizione popolare frattese”

English

Canapine

To my mother, and all the young “hemp ladies”, custodians of the ancient knowledge of the transformation of a natural fiber, the hemp. Their commitment and sacrifice represents the identifying historical heritage of my land.

Beauty is nothing but the unveiling of a fallen darkness

and the light that has come out of it. 

                                                   Alda Merini

Rosa Cirillo – (Rom)

Hemp worker – Photo provided by Nicola Dattilo 6. Work, discomfort, addiciton

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Frattamaggiore is part of that large territory which, in the so-called “Land of Work”in the north of Naples, belonged to ancient Atella, the famous city of the «fabulae». Like all the other municipalities in this area, its development was intimately linked to the cultivation, processing and trade of hemp. 

The origins of this town north of Naples date back to 850-860 AD. Misenus, which has its roots already in the Iron Age and whose name is connected to the myth of Virgil’s Aeneid, was destroyed by the Arabs. At the time, the Misenati, a people of the sea, took refuge within the territory of Naples, identified a bush and founded «Fracta» here. The woods were cut down and the area they occupied was dedicated to the cultivation of hemp, the fiber that the Misenati knew how to work with particular skill, drawing ropes and shrouds for ships. The hemp industry has been a source of wealth and pride for Frattamaggiore for many years, and therefore this fiber was called the «green gold». The Atellan countryside was particularly suitable for this production, which required meticulous care and considerable skills in the farmers. Saying that a territory was «for hemp» was equivalent to attributing to it all the possible agricultural virtues, as there is no plant more demanding than the constitution of the soil, which must be fresh, permeable, of medium mixture, that is, of a type alluvial.

Hemp is an Asian herbaceous plant (Cannabis sativa), annual, with branched stem, cultivated as a textile plant; a vegetable textile fiber obtained from the plant of the same name.

Over the centuries, this plant has not failed to call the attention of the world of arts: we had clear proof of this when in Frattamaggiore, in the fifties, the National Painting Exhibition was held with considerable success,  and a section was dedicated to hemp; a section in which the participation of the artists was always considerable and the interest of the public very high.

After years, an activity of such importance, which constituted the backbone of the economy not only of Frattamaggiore but of a numerous series of surrounding localities led, to the creation of a «culture». It was inspired by the particular type of work, the needs that it entailed, the hopes that were linked to it. It was an activity that gave the environment in which it was practiced its own characteristics, making it stand out in a unique way and confirming its particular importance and dignity. A «culture», understood in an anthropological sense, is characterized above all by language, which while retaining accents and inflections linked to its remote origins (in our case Oscan), is increasingly conditioned, over time, by practical needs gradually emerging, in order to make the listener’s understanding immediate. Alongside the language, the particularities of a given culture can be identified through the type of work carried out in a specific area, especially if it develops in a specific sector such as to influence people’s behavior in an original way. Of course, the most vivid and immediate evidence of both the linguistic peculiarities and the daily industriousness of the people is found in the popular songs, songs born in anonymity, in an unspecified period, but which retain their freshness, the plasticity of the images evoked, the validity of the feelings expressed. Alongside the songs, the traditions are intimately linked to the constant succession of the various phases of a work activity that has remained unchanged over the centuries.

The hemp civilization culture has been amply demonstrated by the songs, lovingly collected by Saviano in this book, a typical «Zeza’s song»: these are voices that have come to us from not long past times, but which already seem distant eras, voices that are an expression of the most sincere popular soul. One remembers, and the soul vibrates with emotion, a whole vanished world, from the workers involved in the typical agricultural work required by hemp, from the uprooting, to the «off», to the «sceriatura», to the maceration in the waters of the ancient Clanio , to “maciullazione”, to combing … Yes, the combing! A very hard job entrusted to women. A job that took place in unhealthy environments, where the dust and the smell of sulfur tragically conditioned life, leading to tuberculosis and, very often, to early death. A job, which, precisely to reduce the damage, was carried out mainly at night and which also attracted girls from the surrounding villages, as Frattamaggiore, where the artisanal and industrial phase of the transformation of the plant prevailed, always offered a conspicuous number of jobs. 

Yet, those generations, from the most remote to the most recent, were protagonists of our history and must therefore be remembered and honored. In this context, the singing-representation, the «Zeza», fits well. Although it is variously elaborated and inspired by the typical conditions of various locations in the Neapolitan area, it acquires a genuine Atellan flavor in the easy and mischievous adaptation of our combers.

However, the songs, sayings and testimonies of the “hemp ladies” offer a very original reinterpretation tool of this moral life. They bring us back to the central moments of the hemp transformation cycle; they tell us about the needs of the family, the experiences of the elderly, the joviality of the newly weds, the disappointments, the hopes and love of marriageable women, the modesty and reluctance of young girls in bloom; they send us back a general religiosity; they tell us about an interior life and a social life; they speak to us of anger and wisdom mixed with habituation.

The songs are above all a notable cultural product of the hemp ladies from Frattamaggiore: a product of women at work, with ties of kinship, friendship and acquaintance with other categories of workers, who sang the stories and life of everyone. Among the various phases of hemp processing, combing was an intermediate phase operated by female workers at home, until the end of the 1700s.

Subsequently, in conjunction with a general demographic growth that occurred in the second half of the 19th century, which resulted in an increase of 30% of the population for Frattamaggiore, the reserves of manpower expanded. At the same time, a small entrepreneurial company developed, and it gradually brought all the domestic hemp crafts under its control.

In this way, in almost all the rural buildings of the local bourgeoisie, many workshops opened, in which a considerable number of combs was concentrated, and in which all the available female labor was used, thus pushed to move to the dependencies of various bosses and to work in a competitive regime. The result was the significant contribution of this new type of hairstyle to the establishment of that highly productive and functional factory scattered throughout the territory of Frattamaggiore, until the recent conclusion of the hepatic affair. 

Consequently, the concentration of many combs in the various laboratories allowed thousands of women, day laborers, to meet and develop a common verbal culture; specifically a culture of singing: the only compromise space between a demanding, human, communication and a demanding rhythm of work: the only way to lull the mind in the sleepless dreams of the forced vigils of night work. 

The comb was a quadrangular wooden easel, on which were fixed tablets equipped with protruding steel nails and organized in three or four progressively narrower series.

The combing technique: shooting and scratching of small handfuls of hemp, through the series of nails, until reaching the free flow of the fibers.

Night work was a «technical» necessity, as the humid air of the early hours of the day weighed down the powders released by the hairstyle, which were thus kept suspended low and were breathed by the combers in smaller quantities than those that were breathed well into the day.

Until twenty years ago, chickpea vendors with steaming boilers were seen on street corners. The hemp ladies, coming out of the comb shops, snacked at these boilers with «ppane ‘nfuso’ e cicere» (bread soaked in chickpea broth): they had a little revelry in the street and, after a half hour break, they resumed work singing and telling jokes.

Perhaps some did not even wear a shirt and, returning home, they found the misery that could be cut with a knife: they lived in a single house that was used to sleep, eat, drink and do their business. Yet these girls, with primitive frankness, gave others feelings of goodness, sacrifice, understanding; some, endowed with native beauty and good voice, soon found a good match. […]

What motive prompted them to embrace such a thankless job? Certainly not the thirst for money. The money earned by the head of the family was enough yes and no to buy bread with the bread and it was not enough to make the boat move.

Every now and then it was also necessary to buy a kg. of meat, a bottle of oil that was often missing in the cupboard, a pair of shoes, a skirt, some white underwear for the girls to marry. There was also the implied danger of ending the days at the tuberculosarium or reaching out to passers-by. Then married girls and women begged their bosses to take them by the day, no matter what conditions, in order to earn 3 lire a day to get rid of hunger. The money, bundled up with so much sweat, was jealousy kept inside the sack: «Poor, but honest!

The hemp ladies were already at work at two after midnight; in the workplace when the night rain lashed the trees or when the wind whistled strongly, to pass the time, manifesting the romance of the soul with melancholy notes; some, almost revived as a prophetess, improvised real poetic lullabies while her companions played the choral background. In the comb shop they talked about everything: the master was put in caricature, an escapade of some workers was told with strong dramatic effects, they cut their clothes off, laughed and coughed.

Conclusion

As it was possible to observe during our research, the most convincing testimonies about the life and song of the hemp ladies are those contained in the silent memory of the older generations. They are those testimonies recalled by the melancholy memory of a past that it is better to forget, so many were the hardships suffered. These are the testimonies that bring the anger back to the minds of those who were once young in love, and who felt their eyes almost gouging out at the constant coughing of their girlfriends (… «they coughed fore”…). These are the testimonies that figure the implications of a thousand secrets in common between the hemp ladies, of things that could only be said and sung among themselves, in the depths of their work, of things modestly considered, in our presence, tricks or things that were not worth clarifying. These are the testimonies that express the general memory of an old and picturesque commoner vitality, gossip, even dramatic, which is missed, and which once required its presence and its expressions in all more or less solemn moments of country life. 

Thanks to the collaboration of Dr. Francesco Montanaro, President of the Istituto di Studi Atellani, who recommeded the book by Prof. Sosio Capasso: «Canapicoltura – Past, present and future» and the text by Luigi Mosca and Pasquale Saviano «La Stoppa Strutta ”to give life to this research on hemp and hemp workers.

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Direzione e responsabilità del progetto: Silvia Barrios

Collaborazione e contenuti: Rosa Cirillo (Napoles/Italia)

Pagina web Progetto / archivio “Altar Mujeres SXXI #vidasenlucha”

Pagina archivio Facebook
https://www.facebook.com/altarmujeressxxi/?modal=admin_todo_tour

Per aderire alla proposta :  silviabarriosarte@yahoo.com.ar

Invito MediaLab #comunidadCulturaSolidaria

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