Anita Garibaldi

“ Mais fogo , mais fogo!” 

Anita Garibaldi (1821 – 1849)  

Anita Garibaldi è stata una figura di spicco del Risorgimento italiano, moglie di Giuseppe Garibaldi (con le  cui gesta si intrecciano strettamente le sue), fu una donna coraggiosa che non si sottrasse mai a combattere  contro gli abusi e i soprusi, sempre alla ricerca della libertà e fedele ai propri ideali.  

Fu donna progressista per la modernità di scelte e azioni.  

Morì il 4 agosto 1849, non ancora ventottenne, durante la fuga di Garibaldi verso Venezia, per aver voluto,  pur gravida di 4 mesi, raggiungere le truppe che difendevano la Repubblica Romana di Mazzini, Saffi e Armellini ed essere sugli spalti a combattere per la libertà.  

Non, come dice qualcuno ‘per la libertà di un popolo che non era il suo’, ma per la  

Libertà tout court, che deve essere diritto di tutti i popoli  

per la libertà di pensare,  

di scrivere,  

di essere trattati senza  

discriminazioni per sesso, fede, etnia, religione, opinini politiche.  

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=== Si tenga conto che mentre si combatteva, la Costituente della Repubblica Romana, il 3 luglio 1849 giorno prima della resa  militare, ha redatto e approvato la Costituzione, facendone un modello cui si sono ispirate molte costituzioni moderne degli stati  occidentali.  

(La Repubblica Romana promulgò nel 1849 la Costituzione, la più democratica in Europa a quei tempi, in cui convergevano gli ideali  liberali e mazziniani, e superò anche la mai applicata Costituzione francese del 1793. La legge e la Costituzione proponevano:  

la libertà di culto (anche se ufficialmente parziale: i cittadini potevano essere solo cattolici o ebrei, mentre agli stranieri era concessa  qualunque religione, anche se vi furono aderenti non confessionali, come lo stesso Mazzini, atei dichiarati  come Pisacane e massoni come Garibaldi),  

la laicità dello Stato  

abolizione della pena di morte e della tortura (fu il secondo Stato del mondo, dopo il Granducato di Toscana, ad abolire de jure la pena  capitale nella sua Costituzione).  

abolizione della censura  

libertà di opinione  

il suffragio universale maschile (anche se ufficialmente non vietò il voto alle donne)  

l’abolizione della confisca dei beni  

abrogazione della norma pontificia che escludeva le donne e i loro discendenti dalla successione familiare  riforma agraria e diritto alla casa, tramite la requisizione dei beni ecclesiastici  

la divisione dei poteri  

l’abolizione della leva obbligatoria 

(Bisognò attendere più di un secolo perché queste riforme, cancellate poi dalla reazione pontificia, diventassero realtà in tutta Europa.  La Costituzione della Repubblica Italiana si richiama alla Costituzione della Repubblica Romana. C’è da notare che la maggior parte  delle Costituzioni moderne degli Stati occidentali usa questo Statuto come base di partenza.) 

Anita nasce in Brasile, a Morrinhos nello stato brasiliano di Santa Catarina, il 30 agosto 1821.  

Il suo nome completo era: Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, figlia del gaucho (mandriano) Bento Ribeiro  da Silva e di Maria Antonia de Jesus Antunes che ebbero tre figlie e tre figli, Ana Maria è la terzogenita.  

Battezzata Ana, era chiamata in famiglia Aninha, diminutivo di Ana in portoghese. Sarà in seguito Garibaldi  ad attribuirle il diminutivo spagnolo di Anita, con il quale noi la conosciamo.  

Riceve un’istruzione elementare, ma è molto acuta e intelligente.  

Nelle ampie distese della sua terra, Ana imparò presto a cavalcare e sin dalla sua adolescenza dimostrò di  avere un carattere forte e deciso. Fin da giovane sapeva farsi rispettare, si narra che toccata da un giovane  ubriaco reagì sferrandogli un calcio e denunciandolo poi presso la gendarmeria.  

Nel 1834 la sua famiglia si trasferì nella cittadina di Laguna, dove lo zio Antonio, nello stesso periodo, la  iniziò ai discorsi politici e agli ideali di giustizia sociale, in un Brasile governato dal pugno duro dell’impero.  

Ben presto il padre e i tre fratellini morirono a causa di una epidemia di tifo. La madre Maria Antonia deve  occuparsi perciò da sola della famiglia molto numerosa, che è precipitata in una situazione di estrema indigenza. Le figlie maggiori così si sposano in giovane età. Ana sposa Manuel Giuseppe Duarte all’ età di  quattordici anni.  

Nel 1835 scoppiò la rivolta dei farroupilha, ossia la rivolta degli straccioni. La sommossa popolare segnò  profondamente l’animo di Anita, che guardava con ammirazione i ribelli, sognando di poter un giorno  compiere le loro stesse gesta.  

Il 22 luglio 1839, i rivoltosi conquistarono la città, e gran parte degli abitanti di Laguna si recarono in chiesa  per intonare un Te Deum di ringraziamento al Signore, tra loro c’era Anita.  

Fu in quell’occasione che vide per la prima volta Giuseppe Garibaldi (che si è rifugiato nell’America  meridionale, poiché condannato a morte in Italia per avere partecipato ai moti risorgimentali e per essersi  iscritto all’organizzazione di Giuseppe Mazzini, la Giovine Italia), presente insieme agli altri protagonisti della  rivoluzione. Il giorno seguente i due si incontrarono di nuovo e si intesero subito;  

(Anita fortemente attratta dallo straniero dai capelli biondi, a quel punto si sentiva una donna libera, infatti il  marito, che stava sempre dalla parte del più forte, nel frattempo si era arruolato con gli imperialisti di don  Pedro II e all’arrivo dei farrapos , i rivoluzionari a cui apparteneva Garibaldi , se ne era scappato da Laguna  senza più dare notizie di sé – poteva già essere morto, come ipotizza qualche biografo)  

Da quel momento Anita sarebbe diventata la compagna fidata di tutte le battaglie di Garibaldi e la madre dei  suoi figli.  

Silvia Alberti de Mazzeri, una delle sue tante biografe , sostiene che il matrimonio tra Anita e Duarte non fu  neppure consumato, ma forse questo è eccessivo. Quel che è certo e che tra i due l’amore non c’era mai stato , e che quando venne Josè Garibaudi, come lo pronunciava lei, la diciottenne Anita non esitò a lasciare  tutto e tutti, familiari e amici, casa e patria.  

 Anita condivise veramente gli ideali politici di Garibaldi.  

Anita non si tira indietro, è attivissima nelle varie azioni di guerra, come nello scontro con le navi dell’armata  imperiale, nella baia di Imbituba , il 3 novembre 1839, durante la disperata difesa di Laguna. E’ lei stessa  che spara la prima cannonata contro la flotta nemica preponderante, è lei che anima colla voce le ciurme 

sbigottite, è lei che soccorre i feriti, incurante della pioggia di pallottole e di una cannonata che la travolge fra  i cadaveri.  

Ma Anita si rialza e in mezzo a membra e corpi mutilati, imbraccia un fucile e con il suo coraggio e il suo  vigore restituisce fiducia ai marinai nascosti sottocoperta, gridando e agitando la sciabola:  

“ Mais fogo , mais fogo!”  

E quegli uomini , sentendosi umiliare da una donna, reagiscono, riprendono a combattere, superano le  difficoltà del momento. Ma la potenza della flotta imperiale è schiacciante, non c’è possibilità di difesa.  Garibaldi la invia a chiedere rinforzi al generale Canabarro , ordinandole di far pervenire la risposta per  mezzo di un portaordini. Ma l’amazzone brasiliana è degna di lui, e se ne va , passando sulla laguna alta  sulla baia, sprezzante del pericolo, e porta personalmente la risposta, negativa, che convince Garibaldi ad  affondare le navi, mettendo però in salvo le munizioni, che vengono affidate sempre a lei. Dopo alterne  peripezie, Anita, partecipa eroicamente all’ultima battaglia navale della Barra , il 15 novembre 1939,  trasportando in salvo per dodici volte le munizioni di bordo con una piccola barca, da sola, sotto il fuoco  nemico, prima che Garibaldi incendi le sue navi.  

La guerra prosegue via terra, con Anita sempre indomita, a cavallo, con la spada sguainata, sottoposta a  prove incredibili di resistenza alla fatica, alla sete, alla fame , nutrendosi di sole bacche e radici per giorni e  giorni , spronando i compagni di lotta ad andare avanti, a combattere, stanando gli imboscati e i vigliacchi a  suon di fucilate.  

Anita è tra i protagonisti della battaglia di Santa Vittoria, del 15 dicembre 1839, in cui 500 repubblicani  sconfiggono 2000 imperiali, ma nella battaglia successiva, di Curitibanos , del 18 gennaio 1840, viene fatta  prigioniera , ma riesce a fuggire per tornare dal suo Josè, e quando le dicono che è morto , torna sul campo  di battaglia , lo cerca tra i cadaveri a lume di una torcia , aggirandosi tutta la notte come una disperata. Lo  piange morto, ma Josè è vivo, l’hanno visto combattere a pochi chilometri da lì , e allora lei accorre, ed è al  suo fianco.  

Neppure quando rimane incinta Anita si ferma, prosegue a cavalcare, lotta , grida, cade, si rialza, torna in  sella e vi rimane fino all’ultimo mese di gravidanza.  

E’ il 6 settembre 1840 quando nel piccolo villaggio di Mostazas, in una casa di campagna , nasce il loro  primogenito , Menotti Domingo , con un’ammaccatura sulla testa, ricordo della caduta da cavallo. Josè e  Anita ora hanno un figlio , ma mancano di tutto, perfino dei pannolini del piccolo , che avvolgono nel fazzoletto che il padre abitualmente porta al collo. Garibaldi va a procurarsi viveri e indumenti adatti al  piccolo, ma il primo centro abitato è Settembrina, una località distante qualche centinaio di chilometri. Va  sotto la pioggia torrenziale , attraverso campagne inondate, con la volontà disperata di un padre che deve  far campare il proprio figlioletto.  

Anita rimane sola. La casa viene circondata dagli imperiali, ma ella riesce a eludere l’accerchiamento lanciandosi a cavallo, montando a pelo, seminuda e col neonato di soli dodici giorni in braccio appena avvolto nel fazzoletto dell’eroe, rimanendo nascosta nel bosco per quattro giorni al freddo e alla pioggia ,  alimentandosi con radici e frutti silvestri , mentre lo allatta; finché Garibaldi riesce a rintracciarla. Sono sfiniti.  E intorno a loro è uno sfacelo , i soldati sono allo sbando più completo, ubriachi, incapaci di battersi,  disertano, rimangono una quarantina di fedelissimi privi di tutto, demoralizzati.  

Ormai non c’è più scopo di continuare la guerra, Garibaldi nell’aprile del 1841 chiede ed ottiene dal Generale  Bento Gonçalves di lasciare l’esercito repubblicano. In cambio dei servigi resi alla rivoluzione gli vengono  dati 900 capi di bestiame, che lo trasformano in gaucho .  

Con Anita e il piccolo Menotti, si dirige verso l’Uruguay, dove c’è una forte comunità italiana , e dopo  cinquanta giorni avventurosi ,con ruberie dei gauchos da lui ingaggiati , le piene del Rio Negro , e le malattie  delle bestie, percorrendo più di 600 chilometri , arriva a Montevideo, con le sole pelli di circa duecento 

animali da cui ricava appena cento scudi necessari per comprare un vestito per Anita e per sè. “Nessun comandante rivoluzionario sudamericano – annota Montanelli – fu pagato così poco”.  

A Montevideo , dove avevano affittato una modesta casetta, Anita e Josè, regolarizzano la loro posizione , si  sposano nella chiesa di San Francesco d’Assisi il 26 marzo 1842, alla morte (presunta) del precedente  marito di Anita.  

Nel 1843 nasce Rosita (successivamente nasceranno , il 22 febbraio 1845, Teresita e , il 28 marzo 1847,  Ricciotti).  

I guadagni sono scarsi: Garibaldi fa venditore ambulante di casalinghi, con scarso successo, poi in  professore di matematica e di storia e geografia nel collegio diretto da un sacerdote d’origine còrsa, padre  Paolo Semidei, e Anita contribuisce facendo la sarta. Ma arriva un’altra guerra…  

Tra Uruguay e Argentina , scoppia la guerra dei fiumi, perché si combatterà prevalentemente sul Rio della  Plata e sul Parana . E il Capo di Stato uruguaiano, generale Rivera , non dimentica che tra gli oltre  cinquemila italiani che sono a Montevideo ( un sesto della popolazione ) , nel suo paese c’è anche il famoso  corsaro Giuseppe Garibaldi che ha combattuto per la repubblica riograndese. Gli offre il grado di colonnello  e il comando della flotta , o meglio di quel che rimane della flotta , che è stata sbaragliata da quella  argentina, comandata dal famoso ammiraglio Brown, un irlandese che era stato allievo di Nelson. E il  guerriero italiano non può sottrarsi, in nome dei loro comuni ideali, per l’Italia , per l’umanità (il dittatore  argentino Rosas è un bieco tiranno, spalleggiato dal traditore uruguaiano, generale Oribe) .  

Ma la sorte di Montevideo non è in gioco sul mare, o sui fiumi . La lotta essenziale ha luogo a terra e anche  in questo campo Garibaldi, diventerà – anche grazie alla stampa europea e degli Stati Uniti, – una figura  eroica. In quel tempo , tutti gli abitanti di Montevideo , assediata, si erano impegnati nella lotta, avevano  patito la fame, la sete, la carestia , erano stati colpiti da malattie infettive e soprattutto i più deboli, gli anziani  e i bambini erano morti. Tra questi , anche la piccola Rosita . Aveva a poco più di due anni d’età ed era  morta a seguito di un’epidemia di scarlattina.  

Anita era impazzita di dolore , aveva delirato per giorni e giorni , fino al punto in cui Garibaldila porta con sé,  in guerra, per starle vicino in qualche modo. Anita ora fa l’infermiera di campo, curai e assiste i feriti , ma  continua ad essere in preda a una grande depressione per la scomparsa della piccola Rosita.  

Partecipa alla famosa battaglia di San Antonio del Salto dove Garibaldi , con soli 190 uomini , sconfigge  1.500 avversari del generale Oribe.  

Ma è l’ultima volta . Torna ben presto a occuparsi dei suoi figli nell’umile casetta di Montevideo, oggi  divenuta museo, soffrendo privazioni di ogni genere.  

Nel giugno del 1847 Garibaldi è addirittura nominato comandante generale di tutte le forze di difesa di Montevideo, ma si dimette quasi  subito dalla carica e – ricevute notizie incoraggianti che arrivano dall’Europa e dall’Italia – decide di tornare in Italia , dopo aver rifiutato  una grande estensione di terra, con relative case e bestiame, che il Presidente Fruttuoso Rivera gli aveva offerto in dono per i rilevanti  servizi prestati a favore della Repubblica d’Uruguay.  

Anita si imbarca qualche mese prima di lui, il 27 dicembre 1847, insieme ai figli Menotti, Teresita e Ricciotti ,  accompagnata da un giovane ufficiale della Legione Italiana di Montevideo, Medici , e sbarca a Genova da  dove poi raggiunge Nizza , e va a vivere con la madre di Garibaldi.  

Garibaldi parte nell’ aprile del 1848 con la nave “Speranza” insieme a 61 legionari italiani. Garibaldi, dopo varie peripezie in un Europa  infiammata dalle rivoluzioni ( il 1848 è l’anno delle barricate. Si spara a Parigi, Vienna, Berlino, Amsterdam, Budapest, Bruxelles,  Milano, Napoli, Palermo, ovunque si chiede , e si pretende con ogni mezzo la libertà e l’indipendenza) , accolto trionfalmente , approda  a Nizza il 21 giugno 1848 e ricomincia subito a combattere, inevitabilmente , irrevocabilmente “sposato” alla guerra. Va a Firenze,  Bologna, Ravenna , poi sul lago Maggiore , infine viene chiamato a Roma, dove è caduto il Papa e si è instaurata la Repubblica con il  triumvirato Mazzini – Saffi – Armellini.  

Alla fine del 1848, Garibaldi entra a Roma con la sua pittoresca legione “sono una massa di briganti “: in effetti nella legione regnano  confusione , indisciplina e rissosità, ma quando si tratta di battersi nessuno degli altri contingenti ( i bersaglieri di Luciano Manara , i  “borboni” di Pisacane, i “pontifici” di Roselli) lo sa fare meglio delle “camice rosse”. 

Viene raggiunto dalla moglie, il 15 marzo 1949 subito dopo la proclamazione ufficiale della Repubblica Romana. Anita rimane qualche settimana e concepisce il quinto figlio, dopo di che Garibaldi le intima di  tornare a Nizza, dai figli. E lei stavolta obbedisce.  

Intanto il corpo dei garibaldini si è allargato, gli uomini, studenti, borghesi, ragazzi giovanissimi provenienti da ogni parte d’Italia, sono  arrivati ad essere circa un migliaio. Ma le cose, a Roma, si complicano. Dopo l’appello di Pio IX alle potenze cattoliche per il ricupero del  potere temporale, tutti , Austria, Francia, Spagna , Napoli , il Granducato di Toscana , inviano uomini e armi a Roma . Alla fine se ne  conteranno ottantaseimila , ordinati e ben equipaggiati, contro i complesivi circa 20mila volontari degli eserciti della Repubblica, A Roma  ce ne sono circa la metà, compresi i bersaglieri lombardi di Luciano Manara. Siamo uno a otto, o uno a nove, situazioni in cui Garibaldi  si è già trovato nel passato, ma ora è diverso. Roma non è Montevideo , e le possibili entrate in città sono infinite, impossibili da  presidiare. I primi ad intervenire sono i francesi comandati dal generale Oudinot , che il 30 aprile 1849 sferrano l’attacco verso il  Granicolo e Villa Sciarra. Sono più di 30mila uomini muniti di numerose batterie d’artiglieria , un parco d’assedio vasto , e validi reparti  del genio. La lotta è dura, feroce, spietata, impari. Ma il solito Garibaldi non molla di un centimetro , ed è l’unico, con le sue leggendarie  camice rosse di Montevideo, che riesce a battere i francesi, che nel frattempo si sono impadroniti di Villa Pamphili.  

La situazione precipita rapidamente, Garibaldi continua a battersi con grande eroismo, ma non gli viene concesso di adottare i suoi  metodi da guerrillero sudamericano, ( come ad esempio inseguire l’esercito francese in rotta, dopo la prima battaglia sul Gianicolo : “Noi  avremmo potuto , profittando della sua debolezza e della sua paura, ricacciarlo in mare”) , che lo hanno portato nel passato a  combattere e vincere anche in situazioni più disperate di queste. Ma ormai non c’è più nulla da fare, i capisaldi della resistenza, il  Vascello, San Pancrazio , Villa Spada, sono caduti, schiacciato da forze infinitamente superiori non ha più scampo, l’unica via che gli  rimane è la fuga.  

E’ in questa situazione di estremo caos , con i francesi che bombardano Villa Spada, che viene di nuovo raggiunto da Anita.  

E’ il 26 gugno 1849 e Anita ha viaggiato per mare fino a Livorno, proseguendo per Roma in carrozza,  nonostante sia incinta di quattro mesi.  

Ed eccola già vestita da uomo, con in capelli tagliati , in uniforme da ufficiale dei legionari, pronta a partire  coi volontari garibaldini. Eccola , come ai bei tempi, cavalcare nell’avanguardia, al fianco di Garibaldi.  Eccola, con l’abituale fierezza di amazzone , gridare il suo disprezzo ai codardi che sbandano per l’attacco di  pattuglie austriache alle porte di San Marino.  

A mezzogiorno del 1º luglio fu stipulata una breve tregua per raccogliere i morti e i feriti. All’Assemblea Costituente Mazzini dichiarò che  l’alternativa era tra capitolazione totale e battaglia in città (con conseguenti distruzioni e saccheggi). Dopo la battaglia del 30 giugno era  giunto Garibaldi, che confermò che oramai era impossibile continuare a resistere. Garibaldi, che aveva pronunciato a Piazza San Pietro  il famoso discorso passato alla storia: «… Io non offro né paga, né quattrini, né provvigioni, offro fame, sete, marce forzate e morte. Chi  ha il nome d’Italia non solo sulle labbra ma nel cuore, mi segua», rifiuta di arrendersi agli austriaci, per portare l’insurrezione nelle  province e vuole raggiungere a tutti i costi Venezia, che ancora resiste ( capitolerà il 22 agosto 1849). La sera del 2 luglio Garibaldi  lasciò Roma con 4 000 armati con ottocento cavalli e un cannone.I garibaldini proseguono la marcia attraverso sentieri poco battuti,  qualcuno si ritira, altri si sperdono. Il generale e le sue truppe attraversano l’Appennino, trovando sempre sostegno nelle popolazioni.  Molti avrebbero anche ospitato e curato Anita, che nel frattempo aveva contratto la malaria, cercando di convincerla a fermarsi, ma lei  vuole proseguire. Molti sono i racconti, veri e romanzati, degli incontri che hanno durante la loro fuga. Si dice che in Romagna, non  potendo più indossare abiti maschili per il suo stato di gravidanza, le viene offerto un abito chiamato “barnus”, dal termine arabo  “burnus”, che i contadini – uomini e donne – usavano nei lavori di campagna. Garibaldi, Anita e 160 volontari raggiungono Cesenatico,  dove si imbarcano, ma nei pressi di Goro iniziano dei cannoneggiamenti e sono costretti a sbarcare a Magnavacca, oggi Porto  Garibaldi.  

Ma a Goro , a ottanta chilometri da Venezia, la flottiglia dei bragozzi viene avvistata da un brigantino  austriaco , che spara due cannonate intimorendo i pescatori . Che si arrendono. Ma prima fanno in tempo a  sbarcare i passeggeri non graditi. Garibaldi prende tra le braccia Anita , scende nell’acqua fino all’altezza del  petto, e raggiunge la spiaggia percorrendo 400 metri a guado,  

saluta i compagni, don Bassi, il cappellano dei garibaldini, Giovanni Livraghi, tornato in Italia con lui sulla “Speranza” da Montevideo,  Angelo Brunetti, capopopolo romano detto Ciceruacchio , coi figli Luigi e Lorenzo rispettivamente di sedici e tredici anni. Saranno tutti  fucilati dagli austriaci.  

Rimane con il solo Leggero , al secolo il maddalenino Giovan Battista Coliolo, uno dei reduci di Montevideo, cercano un imbarco e lo  riescono a trovare. Ma i barcaioli , insospettiti e timorosi della rappresaglia austriaca lasciano i passeggeri a metà strada , ma non li  denunziano. Bonnet ottiene la cooperazione dei barcaioli più coraggiosi, si rimettono in moto, dopo cinque ore raggiungono la Chiavica  di Mezzo, sull’argine sinistro del Po.  

E’ mezzogiorno del 4 agosto 1849 , e Anita è ormai in agonia. E’ impossibile continuare a trasportarla.  Avvisato, accorre , con un biroccio, Battista Manelli, un patriota conosciuto da Garibaldi. 

Anita viene adagiata su un materasso e dei cuscini. E’ morente.  

Il biroccino procede lentamente , come un carro funebre, sotto il sole cocente del pomeriggio di agosto.  Garibaldi segue Anita a piedi e terge con un fazzoletto una spuma bianca che esce dalle labbra della moglie  agonizzante. A sera, alle Mandriole, poco distante da Ravenna , alla fattoria Ravaglia, li attende un medico.  In quattro prendono il materasso dagli angoli, trasportano Anita nella camera da letto dei Ravaglia.  

“Nel posare la mia donna in letto, scoprii sul suo volto la fisionomia della morte . Le presi il polso…più non  batteva! Avevo davanti a me la madre dei miei figli ch’io tanto amavo ! Cadavere!”  

Garibaldi non può aspettare oltre. Deve andare, è braccato, non può sostare. Chiede ai fratelli Ravaglia di dare sepoltura cristiana alla  salma , che sia portata a Ravenna e le si facciano solenni funerali. Si è scordato che è massone , ed ateo, e che non ha in tasca  neppure una moneta per pagare il biroccio che ha portato Anita….  

La sera stessa di quel giorno, 4 agosto 1849, avvolgemmo la salma in un lenzuolo , scavammo di fretta una  fossa poco profonda in un terreno incolto, nel campo chiamato Pastorara, a circa un chilometro dalla fattoria  , e vi deponemmo il cadavere , coprendolo con un po’ di terra.”  

Sei giorni dopo una ragazza giocando nei paraggi di quella tomba, vede sporgere dalla sabbia una mano e  un avambraccio rosicchiati dalle bestie. Vengono avvertiti i gendarmi, il cadavere è dissotterrato , esaminato  e sezionato dal medico legale. Viene riconosciuto per quello della “ donna che accompagnava Garibaldi” e  sepolto di nuovo in un vero cimitero, grazie alla pietà di un povero parroco locale, don Francesco Bozzacchi,  che ricompone i resti di Anita.  

Nel 1859 le spoglie di Anita sono per volontà di Garibaldi trasportate a Nizza; dopo un breve periodo nel  Pantheon del cimitero di Staglieno a Genova, oggi sono tumulate nel monumento sul Gianicolo (inaugurato il  30 maggio del 1932 da Benito Mussolini che in quel periodo aveva bisogno di sfruttare figure eroiche del Risorgimento per la sua  propaganda per arrivare al potere assoluto e compiere i delitti e le nefandezze che durante il ventennio fascista ha messo in pratica:  proprio l’esatto contrario delle aspirazioni politiche di Anita).  

Certamente Ana Maria de Jesus Ribeiro, possedeva un fascino ed un carattere davvero eccezionali per la sua e forse per ogni epoca.  

Ad Anita Garibaldi è intitolato oggi un premio sportivo, il trofeo Anita Garibaldi, messo in palio dal 2017 tra le  nazionali maggiori di rugby a 15 femminile di Francia e Italia in occasione del loro incontro annuale nel Sei  Nazioni, corrispettivo di quello maschile, il trofeo Giuseppe Garibaldi, assegnato nella stessa occasione. La  frazione di Anita di Argenta in provincia di Ferrara e la città Anita Garibaldi nello Stato di Santa Catarina in  Brasile portano il suo nome. 

Link di riferimento alle fonti e/o video:

http://www.raiscuola.rai.it/articoli/il-garibaldi-innamorato/13981/default.aspx  https://it.wikipedia.org/wiki/Anita_Garibaldi 

https://www.dire.it/24-05-2020/464494-anita-garibaldi-lamazzone-del-risorgimento/ 

https://www.myravenna.it/2018/12/04/la-morte-di-anita-garibaldi/ 

Collegamento virtuale

Direzione e responsabilità del Proyecto/archivo “Altar Mujeres SXXI”:  Silvia Barrios

Artista in collaborazione nell’illustrazione e nella ricerca:

Elisabetta Brunetti Buraggi

Per aderire alla proposta: silviabarriosarte@yahoo.com.ar

Sito web correlato: https://wp.me/pw9JC-5wq

Sito web del progetto / archivio “Altar Mujeres SXXI” : https://altarmujeressxxi.wordpress.com/

Sito web dell’artista: https://silviabarriosplasticaceramista.wordpress.com/

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