Marina Abramovic

Annamaria Panariello e Rosanna Di Marino – Omaggio a Marina Abramovic
Coronavirus – l’omaggio di Marina Abramovic agli italiani

MARINA ABRAMOVIĆ le sue PERFORMANCE ARTISTICHE e la VIOLENZA 

Nasce il 30 novembre 1946 a Belgrado, ex Jugoslavia, in una famiglia benestante. I genitori Vojo e Danica, entrambi partigiani durante la Seconda guerra mondiale, fanno parte della dirigenza del Partito comunista del generale Tito. Marina passa i primi anni con la nonna materna, Milica, e viene profondamente influenzata dalla sua fede ortodossa, il nonno, un patriarca della chiesa ortodossa serba,fu proclamato santo!

Nel 1952 Nasce il fratello Velimir e Marina va a vivere con i genitori. La sua vita sotto il severo controllo materno è emotivamente molto difficile. Sin da piccola Marina è incoraggiata a esprimere se stessa in modo creativo: a dodici anni le viene regalata la prima scatola di colori. Pratica il disegno e la pittura: spesso rappresenta nature morte con fiori e ritratti figurativi. Studia all’Accademia di Belle Arti di Belgrado. Le espressioni figurative diventano sempre più astratte. Perfeziona gli studi all’Accademia di Belle Arti di Zagabria. Comincia a usare il corpo come strumento artistico e a dedicarsi al suono e all’arte performativa.  Nel 71 Sposa l’artista concettuale Neša Paripović, ma continua a vivere con la madre. Nel 73 Incontra Joseph Beuys prima a Edimburgo e poi al Centro culturale studentesco di Belgrado (SKĆ). Gli happening di Beuys la colpiscono profondamente. Collabora con Hermann Nitsch. Nello stesso anno presenta la performance Rhythm 10 al Museo d’Arte Contemporanea di Villa Borghese a Roma. Allo SKĆ nel 1974 presenta Rhythm 5. Rhythm 4 è presentata alla Galleria Diagramma di Milano, mentre l’ultima opera della serie, Rhythm 0, viene presentata nella galleria Studio Morra di Napoli.

L’ artista serba, naturalizzata statunitense, attiva in campo artistico dagli anni Sessanta è celebre per le sue performance che esplorano i tratti più istintivi (e spesso oscuri) dell’animo umano. Si è autodefinita “Grandmother of performance art” per sottolineare la portata rivoluzionaria del suo modo di intendere la performance artistica che, nel suo caso, prevede spesso la partecipazione del pubblico, sia a livello mentale che fisico. Tre  città, fondamentali per raccontare la sua storia: Belgrado, Amsterdam e New York.

Belgrado è la sua patria, dove mosse i primi passi nel mondo dell’arte, frequentando l’Accademia di Belle Arti dal 1965 al 1972; Amsterdam è la città in cui incontrò l’artista tedesco Ulay, partner fondamentale nell’attività creativa e nella vita di Marina Abramović; New York è infine la città della consacrazione, dove l’artista risiede tuttora.

Nella performance artistica l’opera d’arte non è più un oggetto immobile ma è un “evento”, una “prestazione”, che può essere una danza, un dialogo o una serie di azioni. 2. La performance artistica prevede un profondo coinvolgimento dello spettatore, anche a livello fisico, in molti casi.

Tra le opere più celebri di Marina Abramović c’è la serie di performance dal titolo Rhythm o la serie Freeing The Body, Freeing The Memory, Freeing The Voice, messe in atto negli anni Settanta.

In particolare la serie Rhythm colpì per le violenze che l’artista infliggeva a sé stessa per portare il suo corpo all’estremo limite fisico. Emblematico è il caso della performance Rhythm 5 (1975) durante la quale la Abramović rischiò la vita. L’artista si era infatti distesa al centro di una stella a cinque punte in legno, posizionata al centro di una stanza che venne poi data alle fiamme. In quella prigione di fuoco però l’aria diventò presto irrespirabile, tanto che la Abramovic perse i sensi. Per fortuna gli astanti si accorsero del problema e soccorsero l’artista per tirarla via da quella trappola mortale.

Ancor più scalpore destò però la performance Rhythm 0, tenutasi a Napoli nel 1974. In quel caso l’artista si alzò in piedi al centro di una stanza in cui erano presenti vari oggetti (coltelli, piume, corde, forbici e persino una pistola) e spiegò agli spettatori che per sei ore sarebbe rimasta immobile come un oggetto e ognuno avrebbe potuto fare di quel corpo ciò che desiderava. Impunemente.

Violenza di genere ed in genere che non passa solo attraverso atti fisici o parole, ma che corrode l’animo perché quando ci si pensa alla violenza in generale, quella che non si vede, è quella più tagliente.

E’ proprio in riferimento ad essa che ci si concentra sull’ artista serba Marina Abramovic’ che da anni con le sue performance riesce a trattare argomenti  forti in modo diretto ed intrinseco. Le discriminazioni, le violenze, i femminicidi che purtroppo la donna subisce ancora oggi.

Proprio nella performance di Napoli nel 1972 sopra le righe, affronta l’argomento che da anni scuote il mondo la “violenza di genere ed in genere”; è lo ha voluto affrontare in piena libertà. E’ rimasta in una stanza immobile, quasi fosse un manichino, per sei ore, predisponendo su un tavolo 72 oggetti, che potevano essere usati appunto sul suo corpo dai fruitori, lasciando   che usassero il suo corpo come oggetto.  Hanno tagliato i suoi vestiti, è stata parzialmente denudata, l hanno frustata, le hanno conficcato spine di rosa sul ventre. Uno spettacolo del genere è riuscito a dimostrare quanto

la “violenza” sia capace di intensificarsi da 0 a 100 e che il più debole indubbiamente ne ha di peggio .

Stupri di gruppo, atti di bullismo, violenza di genere, presuppongono sempre che chi fa del male si sente in una posizione di forza rispetto a chi la subisce. L’artista ha voluto anche  dimostrare, quanto la gente in alcune circostanze può fare del male, e velocemente dimenticarlo, e come è facile disumanizzare, abusare, una persona impossibilitata a lottare.

Dopo un paio di ore di titubanza, gli spettatori iniziarono ad accanirsi sull’artista, in modo violento e incontrollato: le tagliarono i vestiti, le tagliuzzarono la pelle con una lametta, fino a puntarle contro la pistola. A quel punto altri spettatori intervennero e nacque un’accesa discussione che rischiò di sfociare in una rissa. La performance, tutto sommato, aveva funzionato. Aveva mostrato il peggio degli esseri umani che, se sicuri dell’impunità rischiano di dare sfogo alle peggiori fantasie sadiche. L’opera dell’Abramović però si concludeva con una flebile speranza. Qualcuno, alla fine, si era opposto a quella violenza senza senso.

Ad Amstrerdam nel 1976 Marina Abramović conobbe il performer tedesco Uwe Laysiepen (in arte “Ulay”). Nacque subito un profondo connubio artistico e sentimentale. Insieme hanno dato vita ad opere celebri come Rest/Energy (1980 – nella foto), o come la performance Impenderabilia (Galleria Comunale di Arte Moderna di Bologna, 1977) in cui i due artisti, completamente nudi, si posero l’uno di fronte all’altro all’ingresso di uno stretto passaggio che gli spettatori erano costretti a oltrepassare per entrare nel museo, scegliendo se dare la spalle all’uomo o alla donna. La performance, che doveva durare tre ore, venne interrotta da due poliziotti dopo due ore, perché ritenuta oscena.

Altra celebre performance di Marina Abramović è The artist is presental Moma di New York nel 2010. La performance è durata tre mesi, durante i quali l’artista, vestita di un ampio abito, si è seduta ad un tavolo di fronte al quale era stata posta una sedia vuota. Su quella sedia poteva sedersi chiunque, per fissarla negli occhi. Circa 750 persone hanno preso posto di fonte all’artista, lasciandola impassibile, fino a quando non le si è seduto di fronte un uomo dai capelli e dalla barba bianchi. L’artista lo ha osservato poi, con le lacrime agli occhi gli ha stretto le mani. Quell’uomo era Ulay, ventitré anni dopo il loro addio.

GrandMother Of Performance sarà, probabilmente, l’ultima performance di Marina Abramović. L’artista ha infatti pensato a quest’opera, che potrà vedere la luce solo il giorno del suo funerale. Quel giorno ci saranno tre bare, ognuna delle quali verrà inviata in una delle tre città che hanno segnato la vita dell’artista: Belgrado, Amsterdam, New York. Solo una (ovviamente) conterrà il corpo dell’artista, ma nessuno saprà quale.

Riferimenti:

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Marina_Abramovi%C4%87

https://www.robadadonne.it/121252/cose-successo-quando-marina-abramovic-permise-alla-gente-di-usare-il-suo-corpo-come-un-oggetto/

Collegamento virtuale

Direzione e responsabilità del Proyecto/archivo “Altar Mujeres SXXI”:  Silvia Barrios

Artista in collaborazione nell’illustrazione e nella ricerca:

Annamaria Panariello

Per aderire alla proposta: silviabarriosarte@yahoo.com.ar

Sito web correlato: https://wp.me/pw9JC-5wq

Sito web del progetto / archivio “Altar Mujeres SXXI” : https://altarmujeressxxi.wordpress.com/

Sito web dell’artista: https://silviabarriosplasticaceramista.wordpress.com/

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