Gae Aulenti Maria

GAE AULENTI, E DI COME HA MESSO IL FEMMINILE ALL’ARCHITETTO.

Incurante che fosse un mestiere a prevalenza maschile, Gae Aulenti ha svolto il suo lavoro come un’intellettuale, tra ricerca letteraria e cantiere ed una perenne attenzione al contesto

Gaetana Aulenti, che deve il suo nome a una «nonna terribile», nasce vicino a Udine (ma passa metà del tempo nella casa in Calabria) in una famiglia mezza napoletana e mezza pugliese di «professionisti, intellettuali, piccoli proprietari», e appena può, dopo qualche anno di studio tra Biella, Torino e Firenze, sceglie Milano, e il Politecnico. 

La formazione professionale di Gae Aulenti, architetto, che aveva sempre fatto finta di nulla, di fronte all’evidenza che quello fosse all’epoca un mestiere prettamente maschile, inizia con Ernesto Nathan Rogers, come redattrice e grafica di Casabella-continuità dal 1955 al ‘65, dopo la laurea al Politecnico di Milano nel 1953, e prosegue con Olivetti, spaziando dall’architettura d’interni, all’arredamento, al design, fino all’allestimento di showroom, e mostre.

Rogers le trasmette «l’importanza di uno sguardo internazionale: “per me era fondamentale partire per Buenos Aires e prendermi il tempo per passare dalla Bolivia di Che Guevara, conoscere Parigi significava conoscere l’Europa eccetera… Non mi sono mai fermata».

E sarà la cifra stilistica di tutta la prolifica carriera di Gae Aulenti designer e architetto, quella consapevolezza che è dalla forma che passa la comunicazione e che in nessun caso si possa prescindere dalla tradizione storica e dalle potenzialità dei luoghi stessi. 

Inizia a lavorare in un’Italia distrutta dalla guerra, dove l’apporto dell’architettura era più che mai incentrato sul recupero storico del passato, ed è anche per questo che, a oltre 80 anni, dirà di odiare ancora le macerie.

Rogers le insegna che l’architetto deve essere «in primo luogo un intellettuale», e la Aulenti non perderà occasione per affiancare un profondo lavoro di ricerca letteraria, storica, artistica e persino musicale ai suoi progetti di architettura, riuscendo nell’intento di modernizzare con garbo e creare un sistema organico di decorazione e impianto strutturale, in continuità non solo con il passato che valorizza ma anche con le potenzialità del futuro.

«L’architetto» ha dichiarato in un’intervista «deve saper leggere il contesto perché molto spesso le radici sono nascoste e sotterranee. Il saperle riconoscere e farle apparire è il grande lavoro di rilettura storica di un luogo».

Le suo opere principali Gae Aulenti abbracciano uno stile che si contrapponeva al razionalismo imperante attraverso il recupero della dimensione artigianale e della ricerca compositiva del dettaglio, che occasionalmente riprendeva elementi del liberty: è proprio a quel periodo che si possono ricondurre la celebre lampada Pipistrello di Gae Aulenti e poi la poltrona a dondolo Sgarsul, come anche il tema floreale alla base della ristrutturazione del Museo D’Orsay di Parigi.

Al Museo D’Orsay Gae Aulenti conserva la struttura originale della stazione ferroviaria a pochi passi dal lungosenna, la Gare D’Orsay, proteggendone al meglio l’identità ma attuando anche geniali accorgimenti, come la progettazione degli spazi interni e dei percorsi espositivi, la creazione di due torrette ai lati del salone principale e l’inserimento delle bocchette dell’aria condizionata e dei dispositivi per limitare l’eco all’interno delle rosette decorative del soffitto (perfettamente restaurate). E, soprattutto, studia come illuminare oltre 4000 opere (per lo più di Impressionisti, tra l’altro), definendo per ciascuna il rapporto visuale tra opera e visitatore (la scelta della pietra calcarea chiara per esempio ha proprio lo scopo di sfruttare al meglio la luce che proviene dalla volta in vetro e metallo): «Penso che l’architettura di un museo sia definita dal tipo d’illuminazione, naturale e artificiale, che bisogna comporre per consentire la migliore percezione delle opere». Nel caso specifico, «la luce naturale e quella artificiale dovevano venire dalla stessa direzione, in quanto il Museo d’Orsay è un edificio a copertura vetrata, che permette di usare la luce zenitale».

Ogni luogo è «innanzitutto un fatto concettuale, ciascun lavoro di pianificazione dovrà necessariamente unire a una parte analitica di comprensione organica del contesto una controparte sintetica, che se ben fatta potrebbe anche diventare «profetica», ovvero capace di «dare indicazioni che possono valere per gli altri, che devono servire agli altri per apprendere altre cose, come una specie di insegnamento di volontà positiva. L’architettura deve lasciare un segno, un messaggio».

E quando Palazzo Grassi, a Venezia, rimesso alle cure della Aulenti, Le bastano 13 mesi per smontare, letteralmente, e rimontare l’edificio: grazie a cimase regolari inserite nella struttura vengono montati impianti tecnici di ogni genere, compresi sistemi di allarme, vengono irrobustiti dai solai alla vetrata del cortile e ridipinti in verde acqua diversi elementi del palazzo, creando un ottimo contrasto col rosa del marmorino; le murature sono preservate dove possibile oppure sostituite con mattoni dell’epoca, ottocenteschi, spesso recuperati dalle demolizioni delle parti aggiunte in seguito, e poi isolate per bloccare l’umidità inevitabile con i nuovi sistemi di climatizzazione.

Un’accortezza estetica che per l’Aulenti non è comunque mai a discapito della funzionalità, basti pensare alle avanguardistiche soluzioni antisismiche dell’Asian Art Museum di San Francisco, del 2003, che grazie a enormi innovativi rocchetti di rame e ferro alle fondamenta può eventualmente oscillare fino a un metro e mezzo senza danni alle ceramiche e alle porcellane esposte.

Ritroviamo la medesima preoccupazione per la coerenza di un edificio e per le stratificazioni storiche che ha subito (nonché per l’illuminazione delle opere ospitate) anche, ad esempio, nei lavori di ristrutturazioni delle Scuderie Papali del Quirinale, con interventi agilmente reversibili come pareti (seppure imponenti) in cartongesso, dietro cui lasciar correre decine di km di cavi e fili elettrici, e un selciato lasciato intatto ma ricoperto affinché sia anche più agevole e sicuro; 

Sono stati innumerevoli e meritatissimi i riconoscimenti per le opere di Gae Aulenti, architetto che ha lasciato fossero i luoghi a definire i suoi progetti e mai il contrario – dal titolo di Chevalier de la Legion d’Honneur conferitole da Mitterand a quello di Cavaliere di Gran Croce, fino all’ultimo, la Medaglia d’Oro alla carriera che ci ha tenuto molto a ritirare personalmente in Triennale, nel 2012, in quella che sarebbe stata la sua ultima uscita.

Innumerevoli tranne l’epiteto, «odioso» e in effetti mai così fuoriluogo, di archistar.

La nuova e moderna Piazza Gae Aulenti a Milano, è dedicata a lei, quale inno alla modernità, centro del piano di riqualificazione urbanistica dei quartieri di Garibaldi,  questa piazza circolare di 100 m di diametro e 2300 mq di superficie, lastricata di ardesia e dotata di una panchina-scultura lunga oltre 100 m in pietra e graniglia e di pensiline fotovoltaiche che forniscono energia elle 3 torri circostanti – ed è probabile che le sarebbe piaciuta.

Riferimenti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Gae_Aulenti

https://thevision.com/architettura/gae-aulenti/

Collegamento virtuale

Direzione e responsabilità del Proyecto/archivo “Altar Mujeres SXXI”:  Silvia Barrios

Artista in collaborazione nell’illustrazione e nella ricerca:

Maria Gabriella Ippolito

Per aderire alla proposta: silviabarriosarte@yahoo.com.ar

Sito web correlato: https://wp.me/pw9JC-5wq

Sito web del progetto / archivio “Altar Mujeres SXXI” : https://altarmujeressxxi.wordpress.com/

Sito web dell’artista: https://silviabarriosplasticaceramista.wordpress.com/

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